Innanzi al rosso sangue sui volti e sul corpo dei morti e dei feriti nel corso di guerre e di scontri fra esseri umani, ancorché fosse il turno di dittatori assassini assassinati, la mente di ogni uomo non può fuggire dagli interrogativi sulla natura umana e sul grado di civiltà raggiunto degli umani sparsi alle varie latitudini del Pianeta Terra. Innanzi alla violenza e agli effetti della violenza c’è sempre difficoltà a trovare le parole giuste. C’è, negli ambienti laici e religiosi, il rito delle dichiarazioni più o meno consolatorie al termine, sempre provvisorio, delle tragedie delle guerre. Persone particolarmente sensibili hanno recentemente parlato di “nostalgia dello Stato di diritto … in tutti gli Stati”. Certamente lo Stato di diritto ha gli elementi essenziali per tentare di risolvere i conflitti e le controversie di vario genere. Ma la “breve” storia dell’umanità, nonostante le varie proclamazione dei diritti e nonostante le scuole di pensiero sullo Stato di diritto è affollata, in modo ricorrente, da guerre e da dittatori assetati di potere e di sangue poi finiti tragicamente nel loro stesso sangue. Se dovessimo dare un colore ad ogni epoca del genere umano, dovremmo dire che, fin dall’età della pietra, siamo ancora in piena epoca del “rosso”, cioè in una epoca segnata dal colore del sangue che viene continuamente “versato” nelle infinite guerre fra gli esseri umani. In molte bandiere il rosso è il rosso del sangue “versato” per qualche causa in una delle costanti guerre fra gli umani. In questa nostra epoca del “rosso sangue” non è compito facile tentare di spiegare, con parole appropriate, il senso e la portata del “diritto” e dello Stato di diritto, sotto il duplice profilo della filosofia del diritto e della storia della filosofia del diritto. Ogni tentativo di ragionare sulle teorie del diritto, quando accadono fatti tragici, inevitabilmente fa correre il pensiero sui comportamenti del genere umano il quale, pur avendo realizzato un sorprendente progresso tecnologico, dall’età del bronzo all’età dell’iPhone, dell’iPad, dei satelliti orbitali e dei voli nello spazio, è rimasto fermo all’età del bronzo allorquando usa i prodotti della tecnologia, siano essi le asce e le lance di bronzo oppure i satelliti o le armi più sofisticate, per alimentare i massacri (li chiamano guerre) all’interno della comunità umana. Siamo all’età del bronzo, ovvero all’età della pietra, nelle lotte dell’uomo contro l’uomo. Nulla è cambiato. Non c’è stata evoluzione, nel profondo della coscienza del genere umano quando è in gioco il mondo delle relazioni fra uomini e fra gruppi di uomini. L’evoluzione c’è stata, ma solo in direzione dell’affinamento dei mezzi di distruzione e di annientamento dell’altro. Nell’evoluzione dell’aggressività si sono moltiplicati gli strumenti di offesa messi a disposizione dall’evoluzione tecnologica. L’uomo mira a conquistare e poi a conservare, sempre con comportamenti primitivi e bestiali, il conseguimento di privilegi nell’esercizio del potere dell’uomo sull’uomo. Siamo ancora lontanissimi da una nuova epoca in cui siano superate le guerre e la violenza dell’uomo sull’uomo. Quel poco che si intravede all’orizzonte resta allo stadio delle utopie mentre restiamo lontanissimi da una nuova epoca che possa essere connotata da un nuovo colore diverso dal rosso sangue; siamo lontanissimi da una nuova era in cui non ci sia più spazio e storia per i dittatori e per gli aspiranti dittatori di turno. Si può “immaginare” (imagine?) una nuova epoca in cui il potere dell’uomo sull’uomo possa esercitarsi non come conseguimento di privilegi, ma come un “compito” da svolgere solo ed esclusivamente alla stregua di “servizio” per il bene comune? Quale sarà il prossimo colore?

Antonio Pileggi

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