L’esilio cortonese di Giacomo Debenedetti (1943 – 1944)
Vocazione di Vittorio Alfieri
“Quest’erma marmorea, questo maestro, tenuto un po’ lontano dal proverbio pedagogico che lo circonda, ci torna vicino, ci consola, anche per questa sua umana offerta di sé stesso, perché il suo sogno di gloria si concretizza, si umanizza in un affabile ‘voler piacerci’ ”.
È quanto si legge in esergo nel volume Vocazione di Vittorio Alfieri, una ricognizione esaustiva dell’opera di Vittorio Alfieri alla quale Giacomo Debenedetti si dedica nel biennio 1943 / 1944, quando è costretto a lasciare Roma e a rifugiarsi a Cortona, in Toscana.
Di ascendenza ebraica, Giacomo vive infatti una situazione personale di estrema difficoltà dopo l’occupazione di Roma da parte dei tedeschi in quanto la minaccia di massacri e deportazioni, in seguito alle leggi razziali promulgate nel 1938, è diventata una realtà ineludibile.
Di qui l’esilio cortonese durante il quale Giacomo ricorre all’Alfieri, il grande piemontese teorico della libertà come valore assoluto, e scrive le pagine che confluiranno nel volume in sette capitoli, Vocazione di Vittorio Alfieri, datato Cegliolo (Cortona) 27 maggio ’44.
La motivazione della successiva presa di distanza, fino al divieto di riedizioni, è da ascriversi alla sua drastica opzione per la forma aperta e non dogmatica del saggio.
Una conferma in questa direzione è la sua decisione nel 1959 di utilizzare in apertura dei Saggi Critici, terza serie, soltanto tre dei sette capitoli del testo originario, di fatto disintegrandolo radicalmente: Ragioni di una rilettura, da secondo a primo, L’ingegnoso nemico di sé stesso, da settimo a secondo e Nascita delle tragedie, da secondo a capitolo conclusivo.
Nel 1977, a dieci anni dalla morte, il testo del 1944 sarà tuttavia ripubblicato integralmente a cura della moglie, Renata Orengo, la quale ricorda nella Avvertenza una breve annotazione di Giacomo:
“Trascorsi quei mesi a Cortona con Pietro Pancrazi e Nino Valeri e mi misi a studiare l’Alfieri; in un’Italia e in un’Europa per mesi e mesi occupate dai tedeschi, non paia spudorato ricordare come la parola libertà facesse veramente piangere, la parola tirannide veramente fremere”.
È il giro di anni in cui si consuma il tragico epilogo del regime nazifascista e il ricorso all’opera del grande scrittore piemontese, teorico della libertà come valore assoluto, si configura particolarmente idoneo per una riflessione sulla realtà immediata.
Il movimento d’avvio, Ragioni di una rilettura, si apre con l’interrogativo:
“Ma allora: saremmo tornati oggi all’Alfieri, solo per poter pronunciare liberamente la parola libertà?”
E subito dopo:
“Niente, per esempio, poteva parere più giusto che l’evocarlo adesso, per ritrovarcelo congiurato in quest’ansia di libertà; arrotare nella sua, così splendida di aggressioni, la nostra rabbia contro la tirannide. Naturalmente gli scribi e i dottori diranno che si tratta di pretese semplicistiche: ben altro è l’Alfieri, più complesso, ecc. Ma allora a che valgono i poeti, con tutta la loro immortalità, se al momento buono non gli si può chiedere le parole a noi necessarie, che noi da soli non avremmo saputo cavar fuori? Il secolo ha fatto di tutto per vincere in sospetto, viltà e ferocia quei “pravi secoli” che avevano arroventato il nostro poeta e fuso le parti del suo messaggio più vistosamente ribelli. Quelle parole di allora tornano a costellarsi nel loro significato originario, quali a sé stesse uno sventurato ricorso le ha restituite”.
E in questi nostri giorni, tormentati da insensati, devastanti, conflitti armati, torna a farsi stringente lo ‘sventurato ricorso’ all’ Alfieri, nonostante le cautele di Giacomo:
“Ma l’Alfieri non è un tipo malleabile, che si lasci influenzare dalle nostre ragioni per cui. […].
Quale oggi a noi torna, quale in sé stesso l’eternità lo ha mutato […] è in primo luogo l’eroe di una autobiografia: lo scorbutico e cordiale, saturnino, coercitivo, stravagante, scomodo, attraente, segaligno, spirituale e irreparabilmente lirico protagonista della Vita scritta da esso”.
Giacomo esibisce quindi tutte le attenuanti per un giudizio che potrebbe sembrare incauto:
“Certo non era questo il libro a cui egli contava di affidare il meglio di sé. Le date e i fatti, registrati proprio nel libro, ci avvertono che egli mise mano in epoca già di collasso, sfogatosi ormai il gran vento e furore della creazione. Non importa: quest’opera ci arriva addosso come se il poeta l’avesse scaraventata dietro le spalle della posterità, in un eccesso del temperamento”.[1]
È di fatto il gesto, tenuto a lungo in sospeso, con cui l’Alfieri testimonia che il suo destino coincide con una vocazione di poeta e il racconto palese della Vita prosegue nel racconto indiretto delle tragedie:
Così nasce la tragedia alfieriana e in questa direzione la Vita, nella lettura di Debenedetti, è un testo imprescindibile, oltre ad essere di per sé un capolavoro:
“In uno come l’Alfieri è la “volontà dell’artista” che emerge continuamente, implacabilmente dalla pagina. Non si ha mai l’illusione di un mondo preesistente, eterno, valido per tutti, che attendesse lui, proprio lui, per rivelarsi agli umani. È piuttosto il suo volere, il suo essere, il suo soffrire che, a un certo punto, trova a propria disposizione quel tanto di talento, di facoltà di raffigurazione e di comunicazione, che gli dà la parvenza oggettiva”.[2]
È di tutta evidenza il ricorso del critico alla psicoanalisi: l’addio alla madre è un addio “incrinato di tutte le cose che l’Alfieri non poteva dire”. E infatti, per dirle, “ha dovuto farsi poeta tragico, soffrire tante favole e miti, consumare il suo furore in tanti personaggi, che sotto diverse apparenze, gli ripetevano la medesma pena, il medesimo conflitto”.[3]
Di fatto, quando indaga l’Oreste, il nodo drammatico o piuttosto il gorgo tragico è nel rapporto tra madre e figlio: Clitennestra per amore di Egisto uccide Agamennone, il marito e padre di Oreste.
Ricorda Giacomo che già il Gioberti aveva sentenziato: “Nei drammi dell’Alfieri non vi ha propriamente parlando che un solo personaggio, cioè l’autore medesimo; e il suo Teatro è un’autobiografia come la sua Vita.”[4]
E tuttavia quella sentenza gli pare non del tutto corretta:
“L’Alfieri delle tragedie non è autobiografico nel senso […] diretto della trasposizione dell’autore nei personaggi. Il giro che lui fa per ritrovarsi nei suoi personaggi, per rivivere nelle vicende elle proprie tragedie, per scaricarvi i motivi invendicati della propria vita, è alquanto più lungo. […]. Le tragedie entrano nella biografia intima, immediata dell’Alfieri; non sono momenti trasposti della propria autobiografia.” [5]
E ancora:
“Se creazione è libertà, il respiro della libertà deve sentirsi, inequivocabile, nel ritmo dei destini creati dalla fantasia poetica. Il “già vissuto” è sempre soggezione. […]. Ma, mentre nella Vita, l’Alfieri riproduce i fatti, nelle tragedie riproduce le forze sprigionatesi dai fatti, più esattamente, le componenti di queste forze che, liberatesi dai fatti, si sono impresse nella zona delle reticenze e ora, eccitate da vicende o personaggi in cui pare giochino forze analoghe, risalgono a dare a quei personaggi e a quelle vicende una vita, che la vita dell’uomo Alfieri non aveva saputo, o voluto dare ad esse.” [6]
Rosita Tordi Castria
[1] G. Debenedetti, Vocazione di Vittorio Alfieri, a c. di Renata Orengo Debenedetti, Roma, Editori Riuniti, 1977, p.14. Tenendo nel debito conto che nel 1944 Giacomo si risolverà per un diretto impegno politico, iscrivendosi al Partito Comunista Italiano e iniziando una collaborazione a L’Unità, si configura irrinunciabile ripercorrere nella sua integrità il volume coevo, Vocazione di Vittorio Alfieri, fermando in particolare l‘attenzione sul secondo capitolo, Nascita delle tragedie.
[2] Ivi p. 57
[3] Ivi p. 81
[4] Ivi p. 86
[5] Ivi p. 87
[6] Ivi p. 90

