Grazia Deledda, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e Dario Fo

Ricorrenze centenarie

Grazia Deledda, Piero Gobetti, Giovanni Amendola e Dario Fo

di Antonio Pileggi

Nel 1926, cent’anni fa, ci fu il riconoscimento del premio Nobel per la letteratura ad una donna italiana: Grazia Deledda. Da allora non c’è mai più stato uno stesso riconoscimento per una scrittrice del nostro Paese.

Altri Nobel per la letteratura a scrittori italiani ce ne sono stati, ma solo per uomini.  Uno di questi ultimi nacque proprio nell’anno 1926: Dario Fo, che fu insignito del premio Nobel per la letteratura alla fine del ‘900.

Oltre alle due ricorrenze centenarie, la prima per l’attribuzione di un Nobel a Deledda e l’altra per l’anno di nascita di un futuro Nobel (Fo), in questo anno 2026 ci sono altre due ricorrenze centenarie per quanto accadde nello stesso anno 1926 sul fronte politico. Si tratta di due italiani che morirono in Francia perché erano in esilio dopo aver subito violenze fisiche in patria, e non solo violenze fisiche: Giovanni Amendola e Piero Gobetti. Entrambi avevano avuto a che fare con l’ostilità e con la violenza liberticida del regime politico del tempo. Un regime che non tollerava il loro coraggioso e generoso impegno politico-culturale.

Le riflessioni sull’intreccio delle esperienze di natura artistico-letteraria e di natura politica dei personaggi oggetto di ricorrenze centenarie, suscitano considerazioni che attengono all’edificio della civiltà (letteraria e politica) per come esso edificio sia stato costruito in questi cento anni.

Insomma, il 1926 è un anno di importanti accadimenti e, a distanza di cento anni, in questo anno 2026 possono emergere considerazioni di varia natura sia su quando andava accadendo in passato e sia su quanto va accadendo attualmente.

Le riflessioni sulla vita e sulle opere di una Donna e di tre Uomini, in occasione di quattro ricorrenze centenarie, aiutano la comprensione del passato e del presente.

Posso provare a fare qualche breve osservazione allo scopo di sollecitare la lettura e la rilettura delle opere dei due premiati col Nobel per la letteratura (Deledda e Fo) e la lettura e rilettura di ciò che concerne l’esperienza umana, letteraria e politica di Gobetti e di Amendola.

Già il titolo “canne al vento”, riferibile alla “condizione umana” nella scrittura deleddiana, potrebbe suscitare diverse e molteplici considerazioni di natura letteraria e di natura politica. Ma non voglio osare oltre alla segnalazione delle “coincidenze celebrative” riguardanti una splendida “quaterna”. Una quaterna di personaggi che ha lasciato traccia della loro vicenda umana e culturale.

Aggiungo che la lettura di libri è un dovere per chiunque voglia approfondire la conoscenza della buona letteratura e della buona politica. E non si può certo sottovalutare la letteratura riconosciuta degna di prestigiosi riconoscimenti e rappresentativa di contesti storico-culturali che, col passare del tempo, svelano la loro genuina natura.

Il fattore tempo consente di considerare meglio i contesti storici nel loro svolgersi. E, soprattutto, consente di considerare la molteplicità dei comportamenti umani e degli avvenimenti che spesso sono sottaciuti e poco conosciuti a causa della manipolazione della realtà messa in atto dai regimi che si avvicendano durante le varie epoche. La letteratura mette in luce molti aspetti della convivenza e ci consente di comprendere meglio la storia umana.

Sul fronte della letteratura c’è da considerare che, nella motivazione ufficiale del premio alla Deledda si legge: «Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

Nella motivazione ufficiale del premio a Dario Fo, i suoi meriti si riferiscono al fatto: «che si ispira ai giullari medievali nel dileggiare l’autorità e nel risollevare la dignità degli oppressi».

Sono innumerevoli le considerazioni che si possono fare. A Dario Fo stavano a cuore gli “oppressi”, parimenti a Grazia Deledda stavano a cuore i fatti reali della vita magistralmente raccontati attraverso le sue opere. Principalmente attraverso il suo capolavoro, “Canne al vento”. E, guarda caso, il vero protagonista, ovvero il protagonista principale di Canne al vento è un povero “servo”. Un “povero servo” che ci fa conoscere una esperienza di vita ricca di sentimenti umani. Di sentimenti umani nobili e di valore universale.

Neria De Giovanni, che presiede l’Association International critiques litteraires e che ha al suo attivo un numero record di autorevoli ed eccellenti scritti di critica letteraria su Grazia Deledda, ha ben evidenziato l’esperienza dell’unica italiana premiata col Nobel affermando: […] “guardò sempre come meta per il suo scopo di vita, far conoscere al mondo la sua Sardegna, con usi e costumi, con tradizioni e aspirazioni sociali. Ma, come ebbe a dichiarare dopo il Premio Nobel ‘se fossi nata a Roma o a Stoccolma, sarei stata sempre quella che sono, un’anima che si appassiona ai fatti della vita’. Forse per questo la Deleddè così amata in tanti Paesi dove la sua narrativa è stata tradotta, forse per questo è riuscita così bene a descrivere le vite e i personaggi, le storie intime e sociali dei luoghi dove il destino la portò a vivere; Roma, innanzitutto, ma anche Cervia, la città romagnola dove passò molte estati fino all’ultima del 1935 e Cicognara, nella Bassa padana, paese di cui era originario il marito Palmiro Madesani.”[…].

È da segnalare che, per l’occasione degli esami di Stato di questo 2026, molte studentesse e molti studenti avevano studiato le opere di Grazia Deledda ritenendo probabile un tema sull’unica donna insignita del premio Nobel. Previsione errata (o delusa).

Al riguardo, Neria De Giovanni, con la schiettezza che la contraddistingue nei suoi molteplici impegni culturali di livello nazionale e internazionale, ha avuto modo di manifestare il suo “disappunto” per la mancanza di un tema su Grazia Deledda in occasione degli esami di maturità del 2026. Ne dà notizia l’Agenzia ANSA del 18 giugno 2026 dove troviamo, tra l’altro, riportata la sua “obiezione”:

[…]“Mentre il Ministero e la nostra scuola continuano ad ignorare la grande Grazia, il mondo culturale nazionale ed internazionale si muove con una miriade di eventi, convegni, manifestazioni artistiche. Come presidente dell’AICL- Associazione Internazionale Critici Letterari, ho avviato da tempo la proposta di un volume miscellaneo che analizzerà l’opera deleddiana attraverso la visuale critica di più Paesi europei ed extra europei; […]

Il “disappunto,” però, non è una sterile polemica. Infatti, lascia aperta la possibilità di un “ravvedimento operoso” da parte del Ministero dell’istruzione e del merito di Viale Trastevere. E, nella stessa citata Agenzia ANSA, la De Giovanni, con elegante rispetto istituzionale, da esperta docente, “suggerisce”:

”Meno male che il centenario dell’unico premio Nobel femminile per le lettere italiane, Grazia Deledda, scollina dal 2026 per arrivare al 2027…almeno abbiamo la speranza di vederla ricordata nelle tracce della prima prova dell’esame di maturità per l’anno prossimo. Infatti come molti sanno, Deledda ha avuto il riconoscimento del Nobel per il 1926 quindi cent’anni fa, ma questo prestigioso premio è stato comunicato ed assegnato soltanto nel 1927”.

La Deledda morì nel 1936, dieci anni dopo il riconoscimento del premio Nobel.

Dario Fo è morto dieci anni fa. Riporto quanto ho avuto modo di scrivere e pubblicare il giorno della sua morte:

Mai volgare, sempre impegnato contro il potere. Usava la forza della cultura con il coraggio dell’uomo amante della libertà. Sapeva rapportarsi e parlare ai giovani. Ci mancherà Dario Fo. Oggi è morto. Una perdita per la cultura di dimensione planetaria. Da solo, su un palcoscenico di qualsiasi parte del mondo, poteva e sapeva parlare un linguaggio universale. Poliedrico e geniale in tutti i campi in cui manifestava interesse. Il sapere e i grandi saperi erano al centro della sua grandissima curiosità. Disegnava, dipingeva, pensava da architetto, pensava da scrittore e da storico, da uomo di teatro, da politico impegnato. Contro il potere ha sempre lottato e sempre pagato un prezzo altissimo. La sua Musa, Franca Rame, ha condiviso con lui un lungo e gioioso percorso di vita.”

Sarebbero tante le considerazioni che vorrei fare, ma per brevità faccio un solo esempio sulla questione morale, che è presente in entrambi i due premi Nobel, Deledda e Fo (ovviamente con approcci artistici e con stili comunicativi diversi). Mi pongo la domanda su quanto e su come sia da tenere in conto il libro satirico “Settimo: ruba un po’ meno” di Dario Fo e le vicende dello strozzinaggio descritte nel libro Canne al vento di Grazia Deledda.

Ecco perché oso porre interrogativi sulla possibilità di qualche iniziativa comune fra i promotori delle celebrazioni dei due premi Nobel. Per Dario Fo, c’è da ricordare che il figlio Jacopo è impegnato a svolgere diverse iniziative per celebrare i cento anni dalla nascita del padre.

Inoltre, risulterebbe molto interessante qualche iniziativa che possa comparare le quattro esperienze culturali e politiche dei quattro personaggi citati. Sono personaggi che, in buona sostanza, hanno svolto ruoli importanti nella letteratura e/o nella politica. E i temi della letteratura e della politica non sono estranei fra di loro. Tutt’altro.

Mi limito a considerare, per brevi cenni, le ricorrenze di questo 2026 allo scopo di mettere in evidenza fatti storici significativi. Per quanto riguarda la morte di Gobetti e di Amendola, c’è da sottolineare che entrambi subirono aggressioni ad opera di un regime che voleva realizzare e realizzò una dittatura antidemocratica dell’uomo solo al comando. Dittatura che durò per un ventennio e che ebbe termine solo a seguito degli esiti della Seconda guerra mondiale.

Amendola, tra l’altro, fece registrare l’intelligente primato dell’uso del termine “totalitario” in un articolo sul “Mondo” del 1923 a proposito della legge elettorale denominata legge Acerbo. Spiegò come quella legge comportasse un liberticida “sistema totalitario”. In seguito, il termine “totalitario” fu usato da altri. Come, ad esempio, da Luigi Sturzo che, nel gennaio del 1924, sulla Rivoluzione liberale di Piero Gobetti, parlò della concezione di Stato-partito responsabile della “trasformazione totalitaria” di ogni forza morale, culturale, politica e religiosa.

Gobetti ha lasciato traccia di un generoso e coraggioso impegno culturale e politico contro il regime dell’epoca. Un impegno ricchissimo di idee e di azioni autenticamente liberali. Mi limito a citare una sua significativa considerazione: “Fra tanti ciechi e moncoli siamo condannati a vedere; tra tanti illusi dobbiamo essere consci di tutta una esperienza storica e attuale. Non è lecito guardare con fiducia esperimenti che la storia ci addita dannosi, e far credito ad uomini che tutti sappiamo impreparati e incapaci di costruire in Italia una coscienza moderna.”

E c’è un’altra citazione di Gobetti che fa riflettere su vari temi. Per esempio, per quanto attiene alla questione del diritto di voto e alla questione della libertà della scuola.

“Il senso più palese della formula ‘libertà della scuola’ per un liberale è per l’appunto la necessità e la volontà di una liquidazione del dogmatismo scolastico, di un riconoscimento del valore educativo contenuto nelle libere iniziative culturali che il mondo moderno ha creato intorno alla scuola, istituto caratteristicamente sorto sotto l’influenza delle concezioni medievali.” […]

“Il voto anche per chi non sia un fanatico dell’illuminismo è veramente l’atto fisico di nascita della persona politica”.

Brevi cenni ad altre ricorrenze del 2026 aprono orizzonti vasti alle considerazioni sulle esperienze culturali dei personaggi citati. Mi riferisco alle celebrazioni in corso per gli ottant’anni dall’elezione dell’Assemblea costituente e dalla nascita della Repubblica (1946).

Queste ultime celebrazioni suscitano (dovrebbero suscitare) grande interesse ad una lettura e ad una rilettura di tutto quanto risulta negli scritti di autori che hanno fatto la storia politico-letteraria del nostro Paese. Si consideri, per fare qualche esempio, che Grazia Deledda è vissuta in un’epoca storica in cui le donne non avevano diritto di voto. Il suffragio universale fu introdotto 80 anni fa, dopo la caduta del fascismo. La Costituzione della Repubblica, alla cui stesura hanno contribuito 21 donne,  introdusse principi e valori fortemente innovativi. Ma molte norme costituzionali, di natura programmatica, sono rimaste inattuate o eluse. Il tempo è galantuomo e ci fa notare molte “inadempienze” da parte dei decisori politici delle varie epoche.

Ci sono molti argomenti che si potrebbero sviluppare attraverso l’analisi delle opere letterarie della Deledda e di Fo, nonché del pensiero politico dei due liberali Amendola e Gobetti.

Spero che gli eventi celebrativi del 2026 possano aiutare lo sviluppo dell’interesse agli studi, anche nelle scuole, di questi personaggi, a cominciare da Grazia Deledda. Sono personaggi che hanno lasciato traccia nella cultura non solo italiana.

Poiché ho considerato, sia pure brevemente, temi riguardanti la politica e la letteratura, vorrei concludere, questo mie riflessioni citando, come faccio spesso nei miei scritti, due eventi memorabili in cui letteratura e politica hanno avuto rilievo epocale. Tutto ciò, anche con richiamo a quanto ebbe modo di affermare Piero Gobetti:

[…]“Arte, filosofia, pensiero politico concorrono a formare l’anima di un popolo, e lo spirito che si attua è a volta a volta ognuna di queste forme.” […]

Il 22 dicembre 1947, nel Verbale della votazione finale, Seduta conclusiva dei lavori durati 18 mesi dell’Assemblea costituente, Meuccio Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione, affermò:

[…] È la prima volta, nel corso millenario della storia d’Italia, che l’Italia unita si dà una libera Costituzione. Un bagliore soltanto vi fu, cento anni fa, nella Roma Repubblicana di Mazzini. Mai tanta ala di storia è passata sopra di noi. Nessuna altra Carta costituzionale contiene un sistema così completo e definito di garanzie di libertà” […]

Nel 2006, in occasione del sessantesimo anniversario della Repubblica Italiana e a sessant’anni dall’inizio dei lavori dell’Assemblea costituente, è stato assegnato il premio Strega speciale alla Costituzione italiana con una illuminante motivazione che fu scritta, di suo pugno, dall’insigne linguista Tullio De Mauro:

[…] “sorgente viva e preziosa per rendere l’intero tessuto sociale e istituzionale conforme ai principi fondamentali che essa enunzia. […] la nitidezza di tali principi, rara in testi normativi, è, come sappiamo, frutto anche di un’alta tensione espressiva. Una tensione non fine a se stessa: essa ha consentito e consente alla Carta di parlare per tutte e a tutte le coscienze, come sanno fare le opere più alte della nostra letteratura.”

Roma, Agosto 2026.