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Mezzo secolo di Europa tra istituzioni e giovani

di Antonio Pileggi

Europa: in mezzo secolo, da 6 a 27 Paesi.

Il 25 marzo 1957, nella sala degli Orazi e dei Curiazi del Campidoglio, il primo atto del cammino europeo con la firma del Trattato di Roma.

La firma, scandita dai rintocchi della ''Patarina'', la campana del Campidoglio, fu apposta dal cancelliere tedesco Conrad Adenauer, dal primo ministro lussemburghese Joseph Bech, dai ministri degli esteri Christian Pineau (Francia), Paul Henry Spaak (Belgio) Joseph Luns (Olanda). Per l' Italia, dal presidente del Consiglio Antonio Segni e dal ministro degli Ester, Antonio Martino. Sei Paesi alle sei del pomeriggio di un freddo e piovoso 25 Marzo 1957.

Molta strada restava e resta ancora, dopo mezzo secolo, da percorrere. Il tragitto è progredito sia pure lentamente e faticosamente. Sono stati necessari sedici anni per far sì che, il 1 gennaio 1973, i 6 paesi originari diventassero 9, per arrivare a 12 dopo altri tredici anni e a 15 il 1 gennaio 1995. Da maggio 2004 si arriva a 25 Paesi, con l’ingresso di Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia, Lituania, Lettonia, Estonia, Cipro e Malta. Ora siamo in 27 Paesi. Da 6 a 27 in mezzo secolo di storia.

La pace, la democrazia, la costruzione di una comunità di diritto in cui la legge abbia il sopravvento sulla forza sono stati e sono i contenuti politici che hanno fatto diventare il processo di costituzione dell’Europa una delle grandi realizzazioni della storia.

Il processo di costruzione è andato avanti guardando al futuro delle giovani generazioni attraverso la costruzione di istituzioni sovranazionali idonee ad assicurare omogeneità e uniformità di comportamenti sui vari temi via via affrontati.

Altiero Spinelli e Jean Monnet, fra i padri fondatori dell’Europa, avevano ben presente la necessità della presenza di istituzioni capaci di far fronte alle situazioni del disordine, della violenza, dell’arbitrarietà che precedono e accompagnano ogni conflitto. Ecco perchè Jean Monnet citava spesso il filosofo svizzero Amiel: «L'esperienza di ogni uomo ricomincia daccapo. Soltanto le istituzioni diventano più sagge: esse accumulano l'esperienza collettiva e, da tale esperienza, da tale saggezza, gli uomini soggetti alle stesse norme non cambieranno certo la loro natura ma trasformeranno gradualmente il loro comportamento».

Il bilancio di questi 50 anni presenta luci e ombre. Quanto alle ombre, sono mancati e mancano importanti traguardi e il nostro primo pensiero va alla mancata condivisione del Trattato Costituzionale che è stato accettato da 20 Pesi, rifiutato da 2, mentre altri 5 Paesi stanno a guardare. In questa condizione assume maggiore rilievo la mancanza di una politica estera comune che resta imprigionata nella logica rigidamente nazionalista. Sul fronte economico persiste una competitività europea insufficiente per superare le sfide della globalizzazione, mentre il problema della disoccupazione rimane relegato a livello nazionale. In definitiva, si guarda poco alle aspirazioni dei popoli e dei giovani.

Infatti i giovani europei, per quanto emerge dal Libro bianco sulla gioventù del 2001 che e’ stato preceduto da un’ampia consultazione nella loro fascia d’età tra i 15 e 25 anni, “intravedono l’Europa come uno spazio allargato senza frontiere, volto a facilitare gli studi, i viaggi, il lavoro e la vita quotidiana”. I giovani invocano una Europa “baluardo di valori democratici”, espressi in un orizzonte che va oltre i confini dei singoli Paesi e della stessa Europa e che si allarga in una dimensione mondiale.

Nel Libro bianco i problemi che attraversano i sistemi dell’istruzione e della formazione sono stati affrontati ed evidenziati dai giovani con significativa consapevolezza: l’accesso facile e continuo all’istruzione lungo tutto l’arco della vita; l’organizzazione di processi formativi come “chiavi” per incrementare la motivazione all’apprendimento; il riconoscimento delle qualifiche e delle competenze acquisite in contesti formali, informali e non formali; la qualità e l’efficacia dell’istruzione scolastica per garantire i diritti di cittadinanza attiva; la transizione dalla scuola al lavoro e l’occupazione come presupposto per l’inclusione sociale.

La prova più evidente del successo dell’Unione è che l’Europa non respinge, ma attira nuove adesioni. In molti Paesi si coltiva il sogno di una futura partecipazione e i popoli che vivono in regimi con un limitato rispetto dei diritti umani hanno lo sguardo rivolto all’Unione. Gli europei devono avere fino in fondo la piena consapevolezza di una grande responsabilità, quella di crescere insieme per andare avanti e oltre i confini.

Roma, 23 Marzo 2007

 

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